Il gol di De Vrij nel recupero del derby ha evitato all’Inter una sconfitta probabilmente ingenerosa, ma soprattutto la terza sconfitta consecutiva contro il Milan nel giro di cinque mesi. È stato un gol pesante anche alla luce del pareggio del Napoli, che mantiene invariata la distanza tra i nerazzurri e la rivale più accreditata a giocarsi lo scudetto, ma che non è bastato a cancellare l’impressione che, in questa stagione, la squadra di Inzaghi abbia un problema con gli scontri diretti. Quest’anno, oltre a non aver ancora vinto un derby, l’Inter si è fatta rimontare dalla Juventus e ha pareggiato contro il Napoli, entrambe le volte in casa: tutti momenti in cui dall’Inter, specialmente alla luce di un campionato – quello vinto l’anno scorso, naturalmente – affrontato in modo perfetto, soprattutto nei suoi snodi cruciali, ci si aspettava qualcosa di simile a una dichiarazione di intenti.
Nel corso dei quattro anni dell’era-Inzaghi, gli scontri diretti sono stati uno specchio limpido dello stato di forma mentale dell’Inter, se non addirittura i capitoli del suo romanzo di formazione come gruppo vincente: il derby di settembre 2022, vinto dal Milan, ha messo a nudo le insicurezze di una squadra che probabilmente non aveva ancora finito di fare i conti con uno scudetto perso troppo poco tempo prima, oltre da fare da preludio a una stagione faticosissima in campionato. I successivi derby in Supercoppa, campionato e Champions League, invece, visti da fuori, sembrano i momenti in cui l’Inter si è resa di nuovo conto della propria forza e ha cementato quella consapevolezza che l’ha condotta fino alla finale di Istanbul e a demolire il campionato seguente. Non esageriamo se diciamo che in passato l’Inter di Inzaghi ha rischiato di sciogliersi per le conseguenze di uno scontro diretto, quel derby di febbraio 2022 che è di fatto costato un campionato, ed è risorta dalle proprie ceneri fino a diventare una delle squadre più brillanti d’Europa splendendo in una competizione di partite secche e decisive.
Quest’anno l’Inter ha alternato prestazioni degne della sua miglior versione, come contro Manchester City, Arsenal, Lazio e Atalanta, a partite frammentate, in cui ha dato l’impressione di non riuscire a dosare fino in fondo la propria forza e chiudere le partite nei suoi soliti travolgenti momenti di dominio tecnico: nel derby di andata contro il Milan, dopo una partenza shock, l’Inter sembrava aver trovato a metà del primo tempo la chiave per accelerare il palleggio e aggirare il sistema difensivo di Fonseca creando situazioni favorevoli sugli esterni, ma non è riuscita a mantenere il controllo della partita, che è tornata presto in mano al Milan. Contro la Juventus, è arrivata una rimonta rocambolesca, così come quella del derby di Supercoppa: in entrambi i casi, l’Inter si è ritrovata a concedere azioni pericolose senza riuscire a mantenere il controllo della partita. Probabilmente non è un caso che il recente pareggio contro il Bologna sia arrivato in una situazione simile: una partita che l’Inter, in alcuni momenti, ha dato l’impressione di poter addirittura stravincere, ma che si è vista scivolare dalle mani nel momento in cui ritmi si sono abbassati e ha subito un gol abbastanza estemporaneo.
Calcolare il peso degli intangibles senza scivolare nella retorica e allontanarsi dal campo è sempre un esercizio difficile, figurarsi quando si parla di una squadra come l’Inter, che nei migliori momenti dell’era Inzaghi ha ostentato facilità nel piegare gli avversari e raggiunto delle vette di bellezza e brutalità tali da far pensare che, qualora non venissero replicate, dovesse esserci per forza una motivazione psicologica. L’Inter, però, al netto di qualche passo falso, non sembra una squadra con problemi di tenuta mentale: dal primo derby perso alla fine del 2024 i nerazzurri hanno vinto quindici partite, ne hanno pareggiate due e persa una (quella con il Bayer Leverkusen), dimostrando di non volersi allontanare da nessun obiettivo. Forse, il motivo per cui l’Inter, pur nella sua forza, si è mostrata leggermente più vulnerabile rispetto alla scorsa stagione è che un’annata di quel tipo è praticamente non replicabile, per molte condizioni: la disponibilità di alcuni uomini chiave, venuti spesso meno (Acerbi è stato a lungo infortunato, Calhanoglu ha saltato un discreto numero di partite, anche importanti, e Lautaro ha faticato duramente per riacquistare una forma fisica degna della sua importanza nel sistema offensivo dell’Inter), il dispendio di energie moltiplicato dalla nuova Champions League e la necessità di tenere il passo di una squadra più competitiva delle rivali dell’anno scorso. Una serie di contingenze che non negano questa tendenza – in parte evidenziata anche dal derby di domenica sera – ma forse aiutano a contestualizzarla.
Al momento, l’Inter risulta complessivamente una squadra in crescita. Da tempo ha limato le imperfezioni difensive che avevano propiziato alcuni passi falsi di inizio stagione – anche grazie allo stesso De Vrij, protagonista finora di un’annata impeccabile – e sta pian piano ritrovando tutti i suoi interpreti più importanti: Pavard e Acerbi in difesa per consentire nuovamente a Inzaghi di fare rotazioni; Calhanoglu per cambiare il ritmo del palleggio, accelerare la trasmissione del pallone sui quinti e rinforzare la fase difensiva, tutti aspetti che Asllani ha affrontato con diligenza ma non senza difficoltà; Lautaro Martínez è ritornato ormai da settimane ai propri standard abituali e persino Dumfries sta toccando un picco di rendimento sorprendente, proponendosi come soluzione più efficace sulla fascia, oltre che come attaccante-ombra. Ciò che ancora si attende è l’inserimento profondo e organico dei due acquisti principali del mercato estivo, Zielinski e Taremi, che al momento sembrano ancora troppo lontani dai titolari nei rispettivi ruoli, oltre alla rivalutazione di Zalewski come alternativa offensiva sulla fascia.
Il margine di miglioramento dell’Inter dal punto di vista tecnico non passa per la ricerca di soluzioni diverse, un po’ perché il contesto costruito da Inzaghi sembra il migliore dei mondi possibili per quasi tutti i suoi giocatori, un po’ perché la rosa non consentirebbe molto altro: più probabilmente, dipenderà da come saprà sfruttare tutte le risorse a disposizione e da quanto sarà in grado di competere sotto pressione, visto che tutte e tre le competizioni stanno per entrare nella loro fase più complicata. Sarà prima di tutto un gioco di testa, ma questa Inter ha vissuto abbastanza vite per farsi trovare pronta.