Dalle parti di Seattle aspettano dal 2008. E potrebbero dover aspettare ancora. Perché il progetto di espansione della NBA procede, ma non è detto che arrivi a includere anche i SuperSonics: una franchigia storica, capace di vincere l’anello nel 1979, salvo poi pagare dazio per il cambio di proprietà che coincise con il trasferimento del grande basket a Oklahoma City. Da allora, mentre i Thunder ne hanno ereditato il posto fra le magnifiche trenta in NBA, dei Sonics non c’è stata più traccia. Soltanto negli ultimi mesi si era riacceso l’entusiasmo, con l’ambizioso piano della lega per passare a 32 franchigie. Eppure Seattle, candidata naturale per uno dei due posti extra, rischia di subire un altro tagliafuori (e stavolta non c’entrerebbe nemmeno l’ipotesi Città del Messico).
Su una cosa negli Stati Uniti ormai sono quasi sicuri: uno slot andrà a Las Vegas. Che dopo diverse ospitate di successo negli ultimi anni ha superato tutti i test di appetibilità economica. Anzi: chi si impegnerà a fondare una franchigia NBA nella Sin City, dovrà versare almeno 10 miliardi di dollari – ovvero 330 milioni circa per ciascuna delle altre franchigie partecipanti. Una cifra che va perfino oltre le già alte aspettative degli addetti ai lavori. E ci sono diverse cordate di imprenditori pronte ad aggiudicarsi la sfida. A Seattle, invece, ci si ritrova con il problema opposto: finora soltanto il gruppo di investimento fondato da Samantha Holloway ha manifestato un concreto interesse per ripristinare i Sonics. E questo interesse si aggirerebbe attorno ai 6-6,5 miliardi di dollari: poco più della metà rispetto a Las Vegas.
Per questo le perplessità attorno all’operazione Seattle sono in aumento. Un proprietario di una franchigia NBA ha spiegato a Bloomberg, preferendo restare anonimo, che da queste parti non si raggiungerebbero i ritorni finanziari desiderati. I dirigenti di NBA dovrebbero dunque fare una valutazione complessiva tra gli incassi per la quota d’acquisto della franchigia – quei 6 miliardi di dollari, per l’appunto – e la ripartizione dei diritti tv suddivisa fra maggiori parti in causa, senza contare che il talento dei giocatori verrebbe diluito fra più squadre. Insomma, non è scontato che il bilancio complessivo spinga verso il ritorno dei Sonics. Che a questo punto resta un grosso punto di domanda.
A preoccupare ulteriormente gli storici tifosi gialloverdi è che Adam Silver, commissioner della NBA, non metterebbe alcun veto sull’opzione di una lega a 31 franchigie. Si sa, giocare in dispari non è il massimo della comodità in alcuno sport di squadra – in NBA accadde l’ultima volta nel 2003/04 – eppure sarebbe uno scenario più tollerabile rispetto a spingersi fino a 32 con una trentaduesima traballante. Dunque Las Vegas si prepara a entrare comunque, a prescindere da quel che succederà a Seattle. Dove i rebus non si sciolgono nemmeno sul piano infrastrutturale. Holloway è già la proprietaria dei Kraken in NHL, che controllano la Climate Pledge Arena, cioè l’unica in città attualmente idonea a ospitare la NBA: se la sua cordata parte con un grosso vantaggio competitivo, qualunque altro potenziale acquirente dovrebbe sobbarcarsi i costi e le fatiche burocratiche di un nuovo impianto sportivo. E questo è chiaramente un fattore che scoraggia la concorrenza, tenendo il prezzo dell’expansion fee relativamente basso. Ma al contempo, forse, condannando l’affascinante revival dei SuperSonics.