Il Valencia ha vinto per 2-1 al Santiago Bernabéu contro il Real Madrid, e francamente nessuno poteva aspettarselo. Chi ha seguito bene la Liga nelle ultime settimane, però, non può essersi sorpreso più di tanto: da quando Carlos Corberán è arrivato sulla panchina della squadra della sua città – è nato a Cheste, 32 chilometri in linea d’aria dallo stadio Mestalla – le cose sono cambiate. In meglio, decisamente in meglio: il Valencia ha messo insieme 22 punti in 13 partite, ha fatto un bel salto in avanti in classifica (ora ha sette punti di vantaggio sulla zona retrocessione) e ora può guardare con un minimo di ottimismo verso il futuro. Certo, la tifoseria ce l’ha ancora a morte col presidente Peter Lim, la situazione economica del club è sempre pericolante, per usare un eufemismo, ma almeno adesso la squadra sembra avere un’anima. E il merito di questa resurrezione, come avrete intuito e come suggeriscono i numeri, appartiene quasi tutto a Carlos Corberán. Di cui, però, in pochi avevano sentito parlare.
In effetti Corberán, 41enne ex portiere senza una vera e propria carriera professionistica alle spalle, è alla sua prima avventura sulla panchina di una squadra di Liga. Questo, però, non vuol dire che sia un esordiente in senso assoluto: dal 2016 a oggi, ha lavorato a Cipro (come allenatore del Doxa Katokopias e dell’Ermis Aradippou), in Inghilterra (due stagioni alla guida dell’Huddersfield Town e tre al West Brom, tutte in Championship) e in Grecia (cinque partite all’Olympiakos). Prima di queste esperienze, ha fatto parte degli staff tecnici del Villarreal, dell’Al-Ittihad e dell’Al-Nassr in Arabia Saudita, dell’Alcorcón, del Leeds United. Insomma, ha messo insieme una gran bella gavetta. Poi è arrivata l’occasione di guidare il Valencia, solo che però l’offerta è arrivata in un momento davvero difficile: Corberán è stato chiamato a Natale per sostituire un idolo assoluto come Rubén Baraja, al suo arrivo il Valencia aveva messo insieme appena nove punti in nove giornate, il tutto senza contare la perenne contestazione del pubblico nei confronti della società. Infine, ma non per importanza, l’intera comunità era stata colpita duramente dalle tragiche alluvioni di fine ottobre.
A Corberán, insomma, è stato chiesto di compiere una vera e propria impresa. Evidentemente i dirigenti del Valencia credevano molto in questo allenatore poco conosciuto: per strapparlo al WBA, il club con cui era ancora sotto contratto, hanno dovuto versare una clausola rescissoria da tre milioni di euro. Ma che tipo di impatto ha avuto sul Valencia? Come ha fatto a cambiare il volto di una squadra e di una stagione che sembrava maledetta? Intanto ha iniziato a lavorare senza avanzare grosse pretese sul mercato – una delle frasi più significative che avrebbe pronunciato, almeno secondo quanto scrive El Mundo, è stata «vengo a lavorare con quello che ho». Poi ha investito tantissimo sulla crescita individuale dei giocatori, con cui ha impostato una comunicazione franca, diretta, senza fronzoli.
Dal punto di vista tattico, ha disegnato una squadra lineare, in cui Mosquera, Barrenechea, Javi Guerra e Diego López hanno un ruolo centrale. Poi è stato anche fortunato nel trovare il centravanti giusto in Umar Sadiq, arrivato a gennaio dalla Real Sociedad e autore di quattro reti piuttosto pesanti. A Madrid, il Valencia ha vinto anche grazie a Giorgi Mamardashvili, portiere già preso dal Liverpool per la prossima stagione, che ha parato a Vinícius Júnior il rigore del possibile 1-0. Poi sono arrivate le reti di Diakhaby e di Hugo Duro, con n mezzo il pareggio di Vinícius. Erano addirittura 17 anni che il Valecia non battere il Real a casa sua, nel tempio del Bernabéu. Ci è riuscito, mandando per altro il Barcellona a +4, grazie a un allenatore profondamente religioso – Corberán è molto devoto alla Virgen de los Desamparados, letteralmente la “Vergine degli Abbandonati” – e che viene descritto così da chi lo conosce molto bene: «Un uomo rigido, meticoloso, fin troppo concentrato sul suo lavoro». Forse al Valencia serviva proprio un uomo così, per salvarsi ancora una volta.