L’arrivo di Fabio Paratici sarebbe un ritorno al passato, per il Milan

Il club rossonero sembra aver preso una direzione chiara: vuole un direttore sportivo tradizionale, e in questo senso l'ex Juve e Tottenham è il profilo perfetto.

«Negli ultimi anni abbiamo separato la figura del direttore sportivo in varie persone, ora cerchiamo un DS più tradizionale», ha detto fare sibillino Giorgio Furlani, amministratore delegato del Milan, prima del derby di Coppa Italia. È quanto più si avvicina a un redde rationem per la sciagurata stagione dei rossoneri. «Non abbiamo chiuso ancora con nessuno», ha aggiunto in seguito. Furlani prova a non esporsi, come se l’ingombrante ombra di Fabio Paratici non aleggiasse intorno al Milan da giorni, se non addirittura da settimane.

Fabio Paratici appunta i nomi dei giocatori sui foglietti di carta

Perdendo a Napoli domenica sera, il Milan è arrivato all’appuntamento cruciale del finale di stagione – l’ennesimo derby di Milano a eliminazione diretta della storia recente – da nono in classifica, a nove punti di distanza dal quarto posto occupato dal Bologna. Ci è arrivato dopo essere uscito nel clamore generale ai play-off di Champions League contro un Feyenoord modesto, nonostante a gennaio avesse comprato il migliore giocatore del club di Rotterdam: Santi Giménez. È, o quantomeno sembra, un destino crudele: il club che poco meno di due anni fa aveva sostituito Maldini e Massara con il software Moneyball – che prende il nome dal film di Bennett Miller con protagonista Brad Pitt – oggi è vicino a riportare in Italia il direttore sportivo più accentratore, più tradizionale, più italiano che ci sia. Un direttore sportivo talmente in carne e ossa da essere abituato a segnarsi i giocatori da comprare su un foglietto di carta

Secondo la redazione di Sky Sport, i legali del Milan e quelli di Paratici sarebbero già arrivati alla stesura dei contratti. L’ex direttore sportivo di Tottenham e Juventus finirà di scontare la squalifica relativa al caso plusvalenze il 20 luglio 2025, e già da mesi si parlava di un suo possibile rientro in Italia. Sulle valutazioni dei dirigenti milanisti deve aver pesato la mancanza di una chiara visione progettuale del trio Furlani-Moncada-Ibrahimovic, un caos che è culminato con l’esonero di Fonseca a fine 2024 – già preventivato con una clausola unilaterale inserita nel contratto – e l’arrivo di Conceicao, seguito da una campagna acquisti tanto sfarzosa quanto caotica. Nel calciomercato di gennaio il Milan ha acquistato Giménez per una cifra vicina ai 35 milioni di euro, oltre a rimpinguare l’organico con i lussuosi prestiti di João Félix e Kyle Walker. L’obiettivo della direzione sportiva è sembrato banalmente quello di mettere insieme quanto più talento possibile, senza però avere in mente la strada che il Milan avrebbe dovuto prendere a lungo termine. E allora, anche per questo, la scelta di Paratici è una vera e propria sterzata gestionale da parte del Milan. 

Osservatore, uomo mercato, dirigente a tutto tondo: il percorso di Paratici

Il cursus honorum di Paratici è cominciato alla Sampdoria: prima come talent scout, poi come responsabile degli osservatori, e infine come direttore sportivo. Nei successivi dieci anni alla Juventus il suo nome è stato legato a Beppe Marotta, e perciò non deve sorprendere che. anche al presidente dell’Inter i. giornalisti abbiano chiesto «che effetto farebbe» vedere Paratici in rossonero. Ci siamo abituati a parlare di Paratici, appunto, come il delfino di Marotta, l’uomo tetro e misterioso che segue i giocatori fino in capo al mondo. 

Qualche anno fa in un’intervista pubblicata sul sito web della Juventus, Paratici ha raccontato in poche frasi il suo modo di lavorare: «Sono ossessionato dal conoscere. Quando sento che qualcuno sta trattando un giocatore io sono curioso di sapere com’è quel giocatore. È una cosa che mi stimola molto». Basta sentire parlare poche volte Paratici per capire la sua visione “italiana” del direttore sportivo. Un dirigente che lavora da una prospettiva che è anche umana e relazionale, che sceglie i giocatori fidandosi del proprio istinto e avvalendosi di una fitta rete di collaboratori. Paratici è il dirigente che ha contattato Tévez tre anni prima del suo arrivo a Torino, cominciando a tessere un rapporto a distanza per convincere l’argentino a trasferirsi alla Juventus. 

Gli aneddoti sono tra i più disparati: un incontro con la famiglia di un giocatore a una fermata del bus di Quito, ristoranti aperti ad hoc per chiudere una trattativa a notte fonda. Javier Ribalta, che ha lavorato con Paratici alla Juventus dal 2012 al 2017 come osservatore, una volta ha detto: «Non so neanche come riesca a dormire. Guarda tutte le partite, anche di notte. Di norma quando diventi DS non hai il tempo di seguire i giovani talenti come quando sei uno scout. Lui, però, non vuole perdere questa abilità».

La rivoluzione al Tottenham

Dietro la figura di conoscitore indefesso del calcio internazionale, negli ultimi anni Paratici ha costruito un ulteriore layer. È diventato capo dell’area sportiva della Juventus a seguito dell’addio di Marotta, e ha mantenuto la carica per tre anni: dal 2018 al 2021. A giugno dello stesso anno si è accasato al Tottenham, dove è rimasto fino ai primi mesi del 2023. L’esperienza inglese di Paratici ci dice molto sulla sua evoluzione. Un anno dopo il suo arrivo nei ranghi del club londinese, The Athletic parlava di un processo simile a una rivoluzione. Paratici è stato il primo dirigente in grado di riequilibrare i rapporti di forza all’interno degli Spurs, assumendo il ruolo di direttore dell’intera area sportiva. È stato un processo di normalizzazione del Tottenham su livelli che si addicono meglio a un top club, o aspirante tale. Paratici assunse nell’immediato quattro nuovi collaboratori, nominando Leonardo Gabbanini – per anni al servizio della rete dei club della famiglia Pozzo – come capo dell’area scouting, e in generale investì parte del budget nell’ampliamento della società. Un fenomeno nuovo, a tratti incomprensibile per un club come gli Spurs, che pur ottenendo prestigiosi risultati in campo – come la finale di Champions League persa nel 2019 contro il Liverpool – era rimasto orfano di un impianto societario che fosse davvero collegiale. Scriveva sempre The Athletic: «Per anni il potere era concentrato sul presidente Daniel Levy e una piccolissima cerchia di consiglieri fidati». 

Paratici aveva accettato il ruolo puntando sul suo carisma e i suoi contatti per avviare un processo che in Italia definiremmo di «juventizzazione». La sua ambizione risiedeva non solo nel portare a casa le trattative di mercato, ma era più ampia: Paratici voleva cambiare la mentalità del Tottenham, renderlo un club più strutturato e, almeno nell’approccio societario, più vincente. Per alcuni mesi ci è anche riuscito. A novembre 2021 convinse Antonio Conte a ritornare in Inghilterra, mentre nella sessione di mercato di gennaio acquistò dalla Juventus quello che tutt’ora è il giocatore più influente degli Spurs e tra i più ambiti della Premier League: Dejan Kulusevski. Anche a seguito della squalifica, quando il Tottenham ha rescisso il suo contratto, Paratici è rimasto un consigliere che in Inghilterra definiscono «molto vicino» al presidente Levy.Per alcuni la sua influenza sul calciomercato degli Spurs si è protratta nel tempo, anche se il club lo ha ufficialmente sostituito con Scott Munn.

Fabio Paratici è un uomo controverso

È un quadro che spiega bene le abilità nascoste e insondabili di Fabio Paratici: il suo carisma sempre avvolto dai chiaroscuri, il suo lungo silenzio che gli conferisce un’aura misteriosa – anche se involontaria. Inutile girarci intorno: Paratici è un uomo controverso, che produce una divisione istantanea, appena il suo nome viene scritto o pronunciato. Per alcuni che lo associano ai capolavori tecnici e finanziari del decennio d’oro della Juventus – acquisti leggendari come Pogba, Vidal, Tevez, Cristiano Ronaldo e altri ancora – ci sono altri che ricordano il caso delle plusvalenze fittizie, l’arrivo a Perugia di Luis Suárez per un fantomatico esame di italiano. Cosa c’è di vero? Forse tutto, forse nulla? 

In ogni caso, quello che resta è che la figura di Paratici ha dominato i cieli del calcio italiano negli ultimi 15 anni, risultando arrogante ma entusiasta, enigmatica ma potente. Il Milan ha visto in lui un’opportunità di rilancio, e non è assurdo pensare che il lavoro che lo attende sarà simile a quello che aveva cominciato al Tottenham. Prima del derby di ieri sera, a Marotta hanno chiesto che effetto farebbe vedere Paratici al Milan. «Nessun effetto, non è una cosa che mi riguarda» ha risposto il presidente dell’Inter. Quando hanno chiesto a Paratici della coppia che formava con Marotta, lui ha risposto: «Credo che fossimo ben assortiti. Ma il calciatore lo individuavo io». A Milano c’è già aria di derby,