Lo stadio, il tifo e l’amore per il Cesena, spiegati a mio figlio di due anni

Il racconto di un padre che sta provando a tramandare la sua fede calcistica a un bambino piccolo.

Mentre percorrevo le vie laterali che portano allo stadio Manuzzi. una buona mezz’ora prima di Cesena-Juve Stabia, una signora anziana affacciata a un balcone mi ha visto spingere il passeggino avvolto in due sciarpe bianconere. «È già un tifoso?», mi ha chiesto.  «Ci proviamo», ho risposto. All’entrata, mentre due gentilissimi inservienti mi hanno fatto saltare la fila e aperto i tornelli, Demetrio mostrava i suoi quasi due anni dormendo stravaccato a bocca aperta, incurante della mia tensione, dei cartoncini distribuiti dalla Curva Mare per la coreografia in programma e delle due squadre che stavano finendo il riscaldamento. Non gliene fregava niente, erano settimane che pensavo a tutto nei minimi dettagli e al fischio d’inizio Demetrio ronfava sereno, profanando anche il rito prepartita di Romagna Capitale cantata tutti insieme.

Tiferà il Cesena o altre squadre?

Tramandare la propria squadra del cuore è qualcosa di molto delicato, soprattutto per le nuove generazioni di genitori. Ci si conosce lontano da casa, da fuori sede all’università e al lavoro, si uniscono famiglie diversissime, si va a vivere in città neutre. Come si costruisce un’appartenenza? Mio figlio ha un padre del Cesena, una madre e due nonni della Juve, è nato e vive a Bologna. È un Balto del tifo calcistico, una strana creatura multiforme e cui bisognerà aggiungere altre milioni di variabili. Chi vincerà lo scudetto quando comincerà le elementari? Chi saranno i suoi campioni? Magari a sette anni vedrà un gol che gli cambia la vita – perché a sette anni i gol ti cambiano la vita – e tiferà per l’Atalanta, per il Genoa, o per l’Athletic Bilbao. Tutti i padri e le madri sognano battesimi in stile Febbre a 90, innamoramenti perfetti e dolorosi, stagioni da romanzo ma la vita è molto diverse dai libri bellissimi e dai film avvincenti.

Ho sempre pensato che a Demetrio non dovesse per forza piacere il calcio, ma ogni pomeriggio dopo l’asilo non vuole fare altro che gol e i rari momenti in cui vede la televisione si ipnotizza davanti a Dazn. Lo stadio, ho pensato, sarà il suo posto anche se è ancora piccolissimo. Cesena-Juve Stabia è stata scelta in primis per la data, 30 marzo 2025, esattamente un anno dopo Cesena-Pescara, la partita che ha segnato il ritorno dei bianconeri in B dopo il fallimento e dopo anni di dolori. Demetrio era a casa, mi aspettava la mattina dopo una notte di festeggiamenti in cui avevo sempre tenuto stretta una piccola maglia per lui. L’esordio non poteva accadere sotto una stella migliore. 

Lo stadio Manuzzi di Cesena

La curva del Manuzzi si divide in superiore e inferiore: di sopra si sta tutti in piedi, belli stretti, ci si diverte molto ma è una situazione concitata, si lanciano i cori, se il Cesena fa gol succede il delirio. Di bambini e ragazzi ce ne sono tantissimi ma non così piccoli; di sotto invece, dove da anni sono state tolte le barriere e si può stare attaccati al campo da gioco, la fauna è molto più varia. Si sta tranquilli, si passeggia, e lato tribuna c’è l’ufficioso parcheggio dei passeggini. È una regola non scritta, una piccola porzione di curva in cui i bambini e i genitori hanno creato una piccola comunità. Un padre scherzando, ma non troppo, mi ha detto subito che quello è il settore C, il Settore Ciucci. C’è chi corre avanti e indietro, chi dorme, chi prende il biberon, chi rimane in braccio ipnotizzato dal campo e chi invece dà le spalle alla partita rapito dai cori e dalla coreografia. Padri e madri, nonni e nonne, uno spettacolo confortante, riconciliante, caldo.

Una bambina biondissima indossava una maglia di Ciano con il numero 28 risalente alle stagioni di B prima del Covid, altri la sciarpa come Demetrio, imposta sia al passeggino che al collo. Di quella schiera di bambini, nessuno si ricorderà di queste partite, i più grandicelli forse ne avranno qualche fulmine sbiadito, ma sono tutte fondamenta, tutti ricordi e aneddoti da farsi raccontare e da tramandare. Ce lo vedo qualcuno di loro tra dieci o vent’anni a dire a tutti gli amici che al Manuzzi ci va da quand’era piccolo così. I genitori stanno costruendo dei ricordi bellissimi per i loro figli, un gesto commovente contro ogni tipo di comodità e di fruizione piena della partita. Andare allo stadio con un figlio o una figlia di due, tre, quattro anni è faticoso e stancante, non ti permettere di seguire il gioco ma l’unica grande attività che rimane è quella di stare insieme. 

Cesena-Juve Stabia e la sceneggiatura imperfetta

Da quando Demetrio si è svegliato, intorno al 20esimo del primo tempo, forse per qualche urlo contro il povero guardalinee colpevole di aver segnalato con ritardo una rimessa laterale, è iniziata un’avventura. Ha riaperto gli occhi dopo averli chiusi in auto e si è ritrovato in mezzo a 12mila tifosi pronti a cantare, esultare, gioire e anche incazzarsi. La sua attenzione è stata subito catturata molto di più da quello che succedeva in curva rispetto a quello che succedeva in campo. Non riusciva ovviamente a concentrarsi sul gioco e l’eccitazione per qualche lancio lungo in cui vedeva la palla volare non poteva reggere il confronto con i cori e con i tamburi. Ballava se lo tenevo in braccio, ballava seduto sulle gambe di sua madre, ballava mentre lo inseguivamo per tutta la curva cercando di convincerlo a stare fermo con un biscotto. Nessuno gli ha negato un sorriso e una battuta sui capelli ricci o sulla sciarpa, neanche dopo il vantaggio della Juve Stabia, un autogol tragicomico che il Cesena si è segnato da solo proprio sotto la Curva Mare. Non è stato un primo tempo emozionante ma la ripresa è cominciata anche peggio, con lo 0-2 e lo stadio tramortito ancora di più mentre a mio figlio non gliene fregava niente. Lo ha smosso solo sentir cantare finalmente dal vivo il coro con cui spesso cerco di allietare i pomeriggi e che sa a memoria «amore mio dai non essere geloso, se amo il cavalluccio più di te…» in piena tranche come quando ai concerti finalmente il nostro artista fa preferito fa la canzone con cui ci siamo storditi per mesi su Spotify, un’emozione troppo grande anche da vivere.

Non era vicino a me mentre Cristian Shpendi segnava l’illusorio gol dell’1-2 ma l’ho subito preso in braccio per abbracciarlo ed esultare insieme. Qualunque cosa succederà nelle nostre vite, questo sarà il primo gol del Cesena visto insieme allo stadio, il possibile mito fondativo di una tradizione di famiglia, magari solo un aneddoto o chissà un ricatto da mostrare agli amici qualora volesse iniziare a tifare per il Bologna. Diventeremmo rivali sportivi ma quell’abbraccio non si può cancellare e il calcio ha la magia di concentrare in novanta minuti una regola che poi la vita ripropone su larghissima scala: non sei tu a decidere quello che succede, tu devi galleggiarci dentro, devi abbracciare le persone a cui vuoi bene e a volte anche farle scappare per mezzo secondo tempo prima di riuscire a riprenderle.

La morale della storia è che il Cesena ha perso, in casa, una partita anche importante, ma questo non ha rovinato l’esordio di Demetrio perché lo sport non è mai una sceneggiatura perfetta. Il risultato sfugge al controllo di tutti e proprio questa imprevedibilità rende calcio, il calcio. Certo, è anche un battesimo simbolico importante perché tifare per una squadra come il Cesena significa perdere molte più partite di quelle che si vincono, e significa scegliere di non alzare mai un trofeo in una vita intera. Il destino è stato molto onesto, ma chissene frega se ci si può abbracciare a un gol di Shpendi e disperarsi insieme perché Tavsan non ha pareggiato. 

La passione di Demetrio

Nel giugno del 2023 Demetrio non aveva neanche tre mesi e il Cesena aveva appena perso ai rigori la semifinale play-off per andare in Serie B, da favoritissimo, contro il Lecco. Camminavo in silenzio fuori dallo stadio con uno dei miei migliori amici, anche lui padre da non molto. Ci veniva da piangere, ma non potevamo e non volevamo farlo fino in fondo. Guidando per tornare a casa mi ripetevo in mente che era solo una partita di calcio, che c’erano cose più serie che l’importante era che Demetrio stesse bene, il resto veniva dopo. Solo che io non stavo bene. Adesso che ero padre non potevo più soffrire delle cose per cui soffrivo prima? Quella stessa sera durante i rigori ero capitato in curva vicino a un bambino mai visto prima, petto nudo, mi sembrava fosse lì da solo senza i genitori, avrà avuto al massimo otto anni.«Ci vediamo l’anno prossimo», mi aveva detto appena finita la partita, con dei lacrimoni che se lo portavano via.

Ho ripensato a lui molte volte in questi anni e anche durante Cesena-Juve Stabia. Spero che alla sua età, mio figlio tifi per la squadra che vuole nello sport che vuole ma che lo faccia con una passione così, che ti travolge e inonda. Ci abbracceremo ancora per altri gol? Spero di sì, ma questo non può saperlo nessuno, proprio come il risultato della prossima partita.