Tutto ciò che non ha funzionato tra Thiago Motta e la Juventus

Una ricostruzione degli ultimi nove mesi.

La notizia dell’esonero di Thiago Motta è arrivata di domenica pomeriggio, a poche ore da una partita della Nazional italiana. Il fatto che fosse nell’aria, che se ne parlasse da giorni, non cambia la sostanza delle cose: la Juventus ha messo fine al suo ultimo progetto con largo anticipo, i dirigenti non hanno ritenuto di dover/poter concludere neanche la prima stagione di questo nuovo ciclo, evidentemente gli strappi interni erano insanabili, non c’erano margini neanche per attendere gli ultimi due mesi. La scelta di prendere Tudor, non a caso viene da dire, è sembrata in netta controtendenza, una specie di all-in su concetti opposti e inversi, quasi come se l’area sportiva bianconera si sentisse obbligata ad andare oltre le scelte fatte qualche mese fa. Una mossa audace, affascinante, ma anche rischiosa.

In virtù di tutto questo, è inevitabile chiedersi: ma cosa è andato storto tra Thiago Motta e la Juventus? Come e quando e soprattutto perché i dirigenti bianconeri hanno capito che non potevano aspettare neanche la fine della stagione? Quanto hanno inciso le incomprensioni tattiche, di campo? E cosa sappiamo dei rapporti interni tra il tecnico e la squadra? Ecco una veloce ricostruzione.

Le prime crepe

Dopo un inizio tutto sommato positivo, con l’apice di una grande vittoria a Lipsia ottenuta in dieci contro undici, a ottobre la Juventus inizia a ristagnare. Proprio in Germania, però, Motta perde Bremer: il pilastro della difesa ma anche della fase difensiva in senso assoluto. Da quel momento in poi la squadra bianconera fatica a essere aggressiva, a pressare gli avversari e a ribaltare il campo velocemente. La percezione comune è che la squadra bianconera controlli troppo la partita attraverso il possesso, che giochi in modo ripetitivo e prevedibile. Il fatto che faccia fatica a segnare è inoppugnabile, nel senso che le statistiche sono lì a testimoniarlo, e in questi casi non c’è scampo.

Per i giocatori di Thiago Motta, avere il pallone tra i piedi serve per acquisire convinzioni, consolidare certezze, mantenere la stabilità in fase difensiva, soprattutto dopo l’infortunio di Bremer: lo dicono i dati riportati qualche giorno fa su X da Opta per cui i bianconeri sono, insieme al Real Madrid, la prima squadra d’Europa per sequenze su azioni da dieci o più passaggi; lo racconta questo post dalla newsletter di Calcio Datato in cui si parte proprio dalla qualità e dalla forma di questo possesso – che in molti ritengono fin troppo prudente e conservativo – per approfondire il tema e provare a spiegare perché la Juve faccia così fatica non solo a segnare, ma anche a creare occasioni davvero pericolose. Questa condizione pare sostanziarsi in tutte quelle azioni in power play di stampo hockeistico in cui la palla gira da una parte all’altra del campo, in un tentativo di aggirare l’ostacolo piuttosto che provare a saltarlo.

La Champions

Questa sensazione di lentezza si trascina per l’ultimo tratto del 2024 e per tutto l’inizio del 2025, un momento in cui i risultati iniziano a peggiorare. Soprattutto in Champions League. L’eliminazione contro il PSV è un fallimento che nasce da lontano. Dal mancato accesso diretto agli ottavi, quindi dalle prestazioni scialbe contro squadre come Stoccarda (0-1), Lille (1-1) e Bruges (0-0), dalla netta sconfitta (0-2) patita contro il Benfica. Ma in realtà bisogna andare ancora più indietro. In campionato le cose vanno leggermente meglio, anzi a febbraio i bianconeri mettono insieme cinque vittorie consecutive in campionato. Ma le partite col PSV segnano una svolta in negativo, uno strappo.

Contro la squadra dei Paesi Bassi, è come se Motta abbia superato il confine tra identità e cocciutaggine. Soprattutto nel momento in cui la gran parte degli altri giocatori in rosa non sembrano riuscire a rendere al meglio dentro il sistema. Guardando alle formazioni scelte contro il PSV, tanto per dire, a Eindhoven la Juve è scesa in campo con Koopmeiners, Locatelli e McKennie, rinunciando così a Thuram e Yildiz. In una squadra che vuole inevitabilmente tendere a muovere bene il pallone e gli uomini tra le linee, ha senso rinunciare a due giocatori che sanno fare esattamente quello? Per altro, preferendogli un elemento – Koopmeiners – che da mesi si esprime ben al di sotto delle sue potenzialità? Stesso discorso anche per quanto riguarda i terzini: al netto delle condizioni non perfette – eufemismo – di Cambiaso, perché insistere adattando Savona sulla fascia sinistra? E poi, a risultato già compromesso: perché non inserire Vlahovic accanto a Kolo Muani, e non al posto dell’attaccante francese?

Le scelte e le rotazioni di Thiago Motta, insomma, sono tutt’altro che convincenti. Sembrano più delle mosse per cercare di forzare il contesto, che dei tentativi di incastro per permettere ai giocatori di rendere al meglio. Ed è in questo contesto che il PSV, per altro già battuto due volte durante la stagione, ha saputo far valere le sue idee più chiare e una freschezza atletica più accentuata. La sensazione è che Thiago Motta fatichi a incidere velocemente sulla sua squadra, non riesce a trovare alternative in modo veloce e incisivo. Una condizione che, come dire, finisce per compromettere i rapporti con il suo stesso gruppo. Dei rapporti non proprio brillanti, come si capisce dopo la clamorosa sconfitta contro l’Empoli nei quarti di finale di Coppa Italia.

L’intervista che segna il punto di non ritorno

Dopo che l’Empoli vince allo Stadium ai rigori, per altro al termine di una partita che la squadra di D’Aversa avrebbe meritato di vincere anche nei tempi regolamentari, Thiago Motta rilascia un’intervista piuttosto significativa ai microfoni di Mediaset. L’allenatore della Juventus per parlare “rifugiandosi” in concetti un po’ retorici come «l’importanza della partita e della maglia che indossano», «cosa significa giocare certe gare e cosa significa giocarle con la Juventus», «pretendere senza dare», tutte frasi che dicono senza dire, che di fatto sparano nel mucchio. Ci mancherebbe, Motta non poteva fare diversamente.

Allo stesso tempo, però, queste dichiarazioni – così dirette, così nette – sono impossibili da ignorare. Perché segnano un prima e un dopo in quella che, almeno in teoria, è una rivoluzione iniziata da qualche mese. Una rivoluzione che, quindi, è ancora in corso. E che, di fatto, ha portato al taglio di tutti i senatori: in estate sono andati via Rabiot, Szczesny e Alex Sandro, a gennaio ha salutato anche Danilo. La Juventus si è affidata in toto al suo allenatore e a Giuntoli, ma dopo l’Empoli è sembrato (ancora più) evidente che questo repulisti non ha creato una nuova leadership.

Spesso in certi casi si finisce a parlare di ambiente, di dna, di passato che si deve inevitabilmente riverberare nel presente. Molto più semplicemente, però, può succedere che un tecnico e dei calciatori non riescano a incastrarsi nel modo giusto, a trovare e parlare un linguaggio comune. La sensazione è che quello tra Motta e la Juventus, inteso come gruppo-squadra, sia un legame mai nato. O che comunque si è sgretolato, fino ad arrivare alla stasi e alla regressione, al comparire delle prime difficoltà. Perché i giocatori non sono riusciti e non riescono a recepire le direttive di Motta, perché Motta non ha capito come rapportarsi alle persone con cui lavora, sempre a livello di campo, di gioco, di interpretazioni tattiche.

Il fatto che Thiago Motta abbia detto/ammesso certe cose, in qualche modo, è una conferma di questa sensazione. La Juventus 2024/25 è stata costruita secondo le sue indicazioni e secondo il lavoro del direttore sportivo, non sappiamo in che misura le sue richieste siano state accontentate – ma questo succede in qualsiasi altra società – ma alla fine questo lavoro è risultato chiaramente fallace, sbagliato. Non ha portato e non sta portando frutti. Può succedere, alla Juventus è successo, le colpe sono da attribuire a tutti gli attori, è chiaro che le responsabilità siano soprattutto di chi ha preso le decisioni, ma è vero pure che alla fine un giocatore può rivelarsi inadatto per giocare in una certa squadra, in un certo modo. Oppure, ancora più semplicemente, può essere stato sopravvalutato e non rendere secondo le aspettative. Ecco, il senso delle parole di Thiago Motta è proprio questo: la sua Juve non è ancora la sua Juve.

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La fine

Le inappellabili sconfitte con Atalanta e Fiorentina dimostrano che tutti i tappi sono saltati, che non c’è possibilità che la Juve e Motta continuino insieme. Molti giornali iniziano a raccontare di screzi anche pesanti tra il tecnico e la squadra, tra il tecnico e i dirigenti, insomma c’è il caos più totale. Ovviamente non è dato sapere quante e quali di queste indiscrezioni siano vere, ma abbiamo visto ciò che è successo in campo: tra la squadra bianconera e Motta non è mai scoccata alcuna scintilla di corrispondenza o di intesa. O meglio: i risultati e gli eventi negativi hanno portato alla formazione di una coltre di sfiducia, come se la squadra bianconera avesse smesso di credere nei concetti dell’allenatore italobrasiliano.

Ma quali sono stati i motivi di questa mancato incastro? A cosa è dovuto il disfacimento del progetto-Motta? Ora, col senno di poi, è facile dire che la Juventus assemblata da Giuntoli non abbia un organico adatto al calcio predicato dall’ex allenatore del Bologna. Così come sarebbe facile rilevare che lo stesso tecnico, da parte sua, sia stato fin troppo cervellotico e cocciuto e imperturbabile nelle sue scelte, è da inizio anno che rivoluziona continuamente la sua squadra senza però rinunciare a dei principi di gioco che, ormai è chiaro, non sono adatti ad alcuni elementi della sua rosa. Infine, e anche questo è un aspetto centrale, una buona parte dei giocatori più attesi hanno reso ben al di sotto delle loro reali possibilità. Basta fare due nomi su tutti: Teun Koopmeiners e Dusan Vlahovic.

Insomma: come succede sempre nel calcio contemporaneo, la disgregazione della Juventus è frutto di una serie di errori, è la conseguenza di una cattiva gestione che non può essere attribuita a un solo soggetto in causa, ma riguarda tutti. Dalla società fino ai giocatori. In mezzo a questa filiera c’era e c’è Thiago Motta, scelto come nuovo allenatore ma soprattutto come volto di copertina per un nuovo progetto, per una nuova Juventus. Come garante di un cambiamento di filosofia, di approccio, anche di stile. Come uomo di riferimento per la costruzione di una squadra contemporanea, giovane, frizzante. Ecco, questo piano Marshall calcistico è fallito in modo fragoroso e inatteso, come un petardo sparato all’improvviso, lontani da uno stadio e/o da una manifestazione, in un giorno che non è il 31 dicembre.