La decisione di esonerare e sostituire Thiago Motta, di farlo a stagione in corso e a metà di una sosta per le Nazionali, non deve stupire più di tanto. O meglio: cambiare allenatore prima dell’estate o della scadenza naturale di un contratto è e resta sempre sempre una sconfitta, nella storia della Juventus è capitato pochissime volte, otto per l’esattezza, quindi deve essere vista e vissuta come una mossa fuori dall’ordinario, sofferta. Ma ciò non toglie che fosse inevitabile: le due sconfitte contro Atalanta e Fiorentina, per il punteggio e per il modo in cui sono arrivate, avevano emesso una sentenza inappellabile sulla fine della breve era-Motta. Era evidente non ci fossero margini per ricucire lo strappo, per rimettere insieme i cocci. Anche la comunicazione del tecnico italo-brasiliano era diventata chiara, però in senso negativo: la Juventus di Motta era finita ed era rimasto da capire solo come e quando sarebbe arrivato l’addio.
È arrivato subito perché a Torino hanno deciso di cambiare marcia, di provare a salvare il salvabile avviando una vera e propria terapia dello shock. Difficile definire altrimenti la scelta fatta dalla dirigenza della Juve: l’arrivo di Igor Tudor è destinato a riscrivere completamente il codice genetico della squadra bianconera, le cambierà i connotati, ne riscriverà l’essenza. È un discorso puramente e primariamente tattico: se per Thiago Motta l’idea di controllo del gioco passa dal governo e dalla trasmissione della palla, per il suo successore è necessario partire dall’occupazione degli spazi. Questo non vuol dire che le squadre di Tudor non avessero strumenti per costruire manovre offensive fluide e creative, ma sono i presupposti di partenza a essere molto distanti tra loro.
Insomma, dentro la Juventus devono aver riflettuto più o meno in questo modo: se con Motta sta andando tutto male, allora prendiamo un allenatore che proponga – e quindi sia – qualcosa di molto differente. Presentata così, si tratta di una decisione rischiosa e quindi molto affascinante, ma al tempo stesso logica. Il punto, però, sta nelle modalità in cui si sono susseguiti e si svolgeranno gli eventi: pare che Tudor stia per firmare un contratto di tre mesi, in ogni caso è stato preso per fare i punti che servono a tenere la Juventus dentro i primi quattro posti in classifica della Serie A. Ergo, di fatto non avrà tempo per potersi imporre in maniera significativa, il suo potrà essere un impatto quasi esclusivamente emotivo.
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Certo, alla Juventus servono nuovi impulsi che vadano al di là del campo, quindi è lecito pensare che un cambio in panchina possa essere utile, possa riaccendere quantomeno l’orgoglio della squadra bianconera. Come detto l’esperienza di Thiago Motta si era esaurita anche dal punto di vista comunicativo e quindi culturale, era necessario voltare pagina e Tudor, in questo senso, è una garanzia. Ma anche questo, a pensarci bene, è un aspetto piuttosto controverso: la scintilla che potrebbe divampare grazie al nuovo allenatore è stata già presentata – e quindi venduta – come un incendio controllato, la stampa – e quindi la stessa Juve – ha fatto filtrare che Tudor è arrivato a Torino previo un accordo progetto a brevissimo termine e senza clausole in vista della prossima stagione, i dirigenti bianconeri potrebbero continuare con lui ma vorrebbero anche poter scegliere liberamente l’allenatore del futuro, in caso di fallimento.
Nel calcio si parla spesso di fiducia a tempo, e quando si usa questa definizione non è quasi mai un buon segno. Non può esserlo neanche in questo caso, anche se si tratta di un all-in per salvare il salvabile, di una vera e propria terapia dello shock. Poi magari Tudor si rivelerà l’allenatore giusto, riuscirà a cambiare la stagione della Juve e alla fine sarà confermato, chi può dirlo? Ma la sensazione, nel giorno del suo arrivo, è che si tratti di una mossa fatta con l’istinto e con la pancia, più che con la testa.