Comunicare vuol dire trasmettere qualcosa. Pensieri, obiettivi, interessi, in qualche modo una parte di se stessi. Questo valore del dialogo sta alla base della grande stagione dell’Udinese, che in meno di un anno ha cambiato completamente la sua dimensione: nel 2024 si è salvata con un gol segnato a un quarto d’ora dal fischio finale dell’ultima gara di campionato, oggi ha 40 punti a dieci partite dal termine. Il merito di questo cambio di passo va ascritto all’intera società, quindi anche al nuovo direttore dell’area tecnica: Gökhan Inler. Che non è più solo un grande ex, un giocatore che ha fatto la storia dell’Udinese: oggi è un dirigente che ha capito fin da subito dove avrebbe potuto incidere. E l’ha fatto. Proprio a partire dalla comunicazione: «Il mio compito è togliere tutti i punti di domanda dai ragazzi, per questo parlo tantissimo con loro. Ho giocato qui, so cosa vuol dire arrivare a Udine e trovarsi in una realtà completamente nuova», spiega dal suo ufficio del Bluenergy Stadium. Un ufficio da cui di fatto non esce mai, perché «bisogna essere sempre disponibili, tutti i giorni, 24 ore su 24». Anche questa, di fatto, è comunicazione.
Ⓤ: Quello di Inler è un approccio che funziona. Cosa è cambiato nell’Udinese di quest’anno?
L’ambiente. Ci siamo scrollati un po’ di scorie che ci portavamo dietro dalla scorsa stagione, abbiamo recuperato il rapporto con i tifosi, aprendoci a loro. Stiamo lavorando duro, ma non mancano i momenti di leggerezza. Tutto questo aiuta a tenerci uniti e ad abbassare la tensione dei giocatori. Sotto quest’aspetto, mister Runjaic è davvero molto bravo.
Ⓤ: A proposito: come l’avete scelto?
Ci serviva un allenatore di esperienza, perché abbiamo una squadra molto giovane. Cercavamo un tecnico preparato sotto l’aspetto tecnico e tattico, ma che avesse lavorato in gruppi multietnici. Non ci crederete, ma nella nostra rosa ci sono più di venti nazionalità differenti, ogni calciatore è un mondo a parte.
Ⓤ: Non sono tutti uguali
Esatto, ognuno ha il suo carattere, va tenuto in considerazione. E allora devo e dobbiamo aiutarli in modo diverso. Il mondo del calcio è cambiato tantissimo negli ultimi anni. Ora i ragazzi hanno i procuratori fin dai adolescenti, una famiglia dietro che li spinge a diventare dei professionisti affermati nel minor tempo possibile, a volte minandone la crescita. Sono poi soggetti a critiche e commenti negativi sui social. Un mix di pressione e preoccupazioni non facili da affrontare. Il mio lavoro è quello di prepararli ad affrontare tutto questo, devo togliergli peso dalle spalle, devo aiutarli a rendere meglio, perché alla fine conta come ti comporti in campo.
Ⓤ: È per questo che durante le partite va in panchina? Per stare vicino ai giocatori?
Sì, e anche per osservare il loro atteggiamento. Quando ho frequentato il corso da dirigente a Coverciano, i pareri erano contrastanti: c’era chi preferiva stare in tribuna e chi invece diceva fosse necessario scendere in panchina. Dall’alto sicuramente si nota meglio il gioco, ma è qualcosa che posso fare anche dopo la partita, riguardandomi le immagini in tv o sulla camera tattica. Io vado a bordo campo per vedere come il mister gestisce il match, come reagiscono i ragazzi alle sue scelte. Sento ancora tanto la partita, non voglio perdermi le corde emotive dell’evento.
Ⓤ: Parlando di gestione, il caso Thauvin-Lucca è stato l’esempio perfetto.
Ha fatto tutto l’allenatore, è stato impeccabile. Ha tenuto una linea dritta nonostante il gol, ci vuole coraggio e autorità. Lucca ha subito compreso la situazione e il motivo del cambio. Noi abbiamo dovuto semplicemente sostenerlo. Lorenzo è intelligente, si è scusato dopo la gara e in settimana ha offerto la cena ai compagni. Il sabato successivo contro il Parma ha chiuso un cerchio, dando la palla a Thauvin prima del rigore.
Ⓤ: Responsabilizzare il francese è stata la scelta vincente?
Florian è un campione, cercava solo un’occasione di riscatto. Prima di arrivare da noi ha passato dei momenti difficili, ci ha messo un po’ di tempo per tornare in forma. Dalla prima volta in cui si è allenato con Runjaic, però, in lui è scattato qualcosa. Ha aumentato l’intensità e l’applicazione, è diventato un leader, insieme a Bijol guida lo spogliatoio. La fascia di capitano è solo la naturale conseguenza di un percorso.
Ⓤ: Una strada che vorreste facesse anche Sánchez
Niño ha un talento purissimo, ve lo posso assicurare, ci ho giocato insieme. Purtroppo ha subito un infortunio complicato che ne ha ritardato la preparazione e la ricerca della condizione fisica ideale. Si sta riprendendo, ha bisogno di lavorare.
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Ⓤ: Quali sono le prospettive del progetto-Udinese?
Ora che abbiamo raggiunto la salvezza, vogliamo chiudere a 48 punti, sarebbe il miglior risultato negli ultimi 12 anni. Lottare per l’Europa è complesso, ma vorremmo che non resti un sogno ma diventi un obiettivo. Per tenere alta l’asticella dei risultati abbiamo bisogno di fissarci dei traguardi, l’Europa è uno di questi. Non sarà semplice confermarsi dopo una buona stagione, anche perché ci sono tanti altri club più attrezzati di noi che certamente non resteranno fermi, ma perché non provarci?.
Ⓤ: Tutto più facile quando si azzeccano spesso gli acquisti di mercato
Si parla spesso dei nuovi metodi per fare mercato. Noi valutiamo i dati, ma restano dei punti di partenza. Giocatori come Solet, Atta, Payero e Zemura non sono stati scelti sulla base di algoritmi, ma dopo diverse valutazioni tecniche e numerosi colloqui. Una volta che si stipula un contratto, per almeno sei mesi il giocatore rimane in rosa. Sei mesi sono tanti, non ci si può sbagliare, si deve sapere che persona si ha di fronte.
Ⓤ: Cresce la squadra e cresce la società.
Ho ritrovato un’Udinese ambiziosa che ha investito nelle strutture e in uno staff molto organizzato. È questa la direzione giusta.
Ⓤ: Lei è stato uno degli eroi del Leicester di Ranieri, cosa le ha insegnato quell’impresa?
Che lavoro e pazienza ripagano sempre. Quando ho scelto l’Inghilterra, speravo di giocare di più. Sono passato da titolare a finire in tribuna. Ho perso la nazionale e la fascia da capitano della Svizzera. La squadra, poi, volava, Ranieri è stato molto onesto nel confessarmi che non poteva sostituire nessuno degli undici. Eppure non ho mollato e a fine stagione abbiamo vinto il titolo, in uno dei giorni più incredibili della mia carriera.