Il Marsiglia di De Zerbi è già una delle squadre più interessanti d’Europa

L'OM ha già pregi e difetti del suo nuovo tecnico, che ha accettato una sfida in cui dovrà dimostrare di saper fare (anche) dei compromessi.

Quando, al minuto 95′ di Lione-Marsiglia, i giocatori dell’OM portano il pallone a metà campo per riprendere in gioco, il loro linguaggio del corpo lascia trasparire la sensazione che, in fondo, possa andare bene anche così. E non potrebbe essere altrimenti: rimasti in dieci praticamente dall’inizio della partita per l’espulsione del capitano Leonardo Balerdi, i marsigliesi sono riusciti a resistere agli assalti del Lione, ribaltando in un quarto d’ora il gol di Caleta-Car a inizio ripresa e subendo la rete del pareggio di Rayan Cherki soltanto nel recupero. Negli attimi immediatamente successivi. molti dei giocatori di Roberto De Zerbi sono stati colti dalle telecamere mentre crollavano sul terreno di gioco del Groupama Stadium con le mani sul volto, sfiancati dal rammarico di non essere riusciti a portare a termine l’impresa più che dalla fatica di una gara giocata con un uomo in meno dal quinto minuto; si tratta, comunque, di un punto prezioso, per di più ottenuto in una delle trasferte storicamente più difficili del campionato.

Quando l’arbitro Benoit Bastien fischia, Mason Greenwood tocca all’indietro per Højbjerg, che allarga a sinistra su Lilian Brassier: il suo lancio lungo della metà campo del Lione in cui sono presenti appena due giocatori (contro sei) dell’OM sembra la classica giocata di alleggerimento per guadagnare gli ultimi secondi sul cronometro in attesa della fine. È a questo punto, però, che accade l’imponderabile: la fretta di rigiocare immediatamente il pallone in avanti porta il portiere lionese Lucas Perri a sbagliare malamente il rinvio e a calciare il pallone direttamente sui piedi di Jonathan Rowe, che salta facilmente Maitland-Niles e Clinton Mata e lascia partire dal vertice sinistro dell’area di rigore un destro tagliato e tagliente che va a morire nell’angolo più lontano. De Zerbi, che già al gol del 2-1 di Ulisses Garcia aveva esultato rabbiosamente girandosi verso la tribuna alle spalle della sua panchina, non si contiene più e stavolta invade direttamente il campo. Lui è il primo che riesce ad abbracciare Rowe prima che venga sepolto dal resto della squadra: «Ci abbiamo creduto prima della partita, ci abbiamo creduto nel primo tempo, ci abbiamo creduto nel secondo e anche dopo aver preso il 2-2. Penso che abbiamo meritato di vincere. Certo, abbiamo sofferto. Ma siamo stati pericolosi tutte le volte che abbiamo superato la metà campo» ha detto mezz’ora dopo in conferenza stampa.

In un’ipotetica Ligue 1 in cui il Psg non esiste, una vittoria del genere rappresenterebbe lo statement game della principale candidata nella corsa al titolo, la partita che lancia un messaggio al resto della concorrenza. Ma siccome il Psg non solo esiste, ma sta anche provando a razionalizzare la sua superiorità, la vittoria di Lione è destinata a passare alla storia come una delle tante che porta e porterà De Zerbi a spegnere sul nascere il fuoco dell’entusiasmo. E non solo perché ieri, sette giorni dopo, è arrivata la prima sconfitta stagionale, in casa dello Strasburgo. Quasi come se si aspettasse una mini-crisi di rigetto dopo un inizio molto promettente, nel momento di massima euforia il tecnico bresciano ha voluto ricordare in maniera molto italiana che «Monaco e Psg sono più avanti di noi, e per questo non parlo di scudetto. Loro giocano insieme da anni, noi siamo praticamente nati ieri». Insomma un altro pianeta rispetto ai discorsi con cui, una decina d’anni fa, il suo maestro Marcelo Bielsa – «Uno dei migliori al mondo, uno che conosco fin da quando ho iniziato ad allenare e che quando era a Lille mi ha ospitato per una settimana», ha De Zerbi durante la sua presentazione ufficiale – infiammava lo spogliatoio e la sala stampa del Vélodrome durante una stagione in cui tutto sembrava possibile, persino battere una delle squadre più ricche del mondo e che poteva permettersi di schierare Ibrahimović, Cavani, Verratti, Thiago Silva, David Luiz e Lavezzi, tutti all’apice del proprio prime.

Pretattica a parte, la cautela e il realismo di De Zerbi hanno perfettamente senso soprattutto se le sue parole vengono rilette attraverso il filtro del peso delle aspettative, da ciò che Marsiglia e l’Olympique chiedono a uno dei tecnici più influenti della nuova generazione. Qualcosa che è stato sintetizzato da un lungo articolo pubblicato su L’Equipe due giorni dopo l’impresa di Lione, un articolo in cui il giornalista Mathieu Grégoire elogia la capacità della triade LongoriaBenatia-De Zerbi di «aver messo rapidamente il Marsiglia sulla strada che porta al successo dopo un’estate molto movimentata» caratterizzata da un calciomercato che ha rivoluzionato la rosa che aveva chiuso all’ottavo posto il campionato 2023/24: 13 giocatori nuovi, tra cui Mason Greenwood, l’ex ragazzo prodigio del Montpellier Elye Wahi e, last but not the least, lo svincolato Adrien Rabiot, arrivato a Marsiglia per «sognare in grande» dopo mesi passati ad aspettare una chiamata da un top club che non è mai arrivata.

Se due anni fa il grande impatto di Igor Tudor era stato paragonabile alla collisione di un meteorite con un ambiente depresso e bisognoso di una scossa positiva dopo l’addio improvviso di Jorge Sampaoli, oggi la portata della rivoluzione filosofica e culturale che tutti attendono per il solo fatto che De Zerbi siede sulla panchina dell’OM è destinata a scontrarsi con la necessità di farla avverare nel più breve tempo possibile. Perché De Zerbi ha scelto di andare ad allenare in un contesto che per blasone, storia e tradizione rappresenta lo step di carriera che si chiedeva a De Zerbi per dimostrare – a se stesso prima ancora che agli altri – di essere qualcosa di più di un tecnico che fa giocare bene le sue squadre. Anche perché siamo alla quarta stagione di un grand tour in giro per l’Europa – Shakhtar, Brighton, ora Marsiglia – iniziato e portato avanti «per conoscere e adattarmi ai vari stili di gioco senza però rinunciare ai miei principi».

In Francia il dibattito sul “De Zerbi Ball” si è sviluppato soprattutto nelle ultime settimane, dopo che all’inizio della stagione tutte le attenzioni e le polemiche si erano concentrate sulla figura di Mason Greenwood (cinque gol nelle prime tre partite giocate in Ligue 1) e su tutto ciò che comportava ritrovarsi in squadra un giocatore così divisivo dal punto di vista dei trascorsi extra-campo. Dopo la sosta di settembre la convincente vittoria interna contro il Nizza ha fatto emergere tutta la dimensione collettiva del calcio di De Zerbi e gli elementi distintivi del suo 4-2-3-1: la costruzione dal basso per forzare il primo pressing avversario e creare i presupposti per l’attacco della profondità, le combinazioni sulle catene laterali in fase di risalita del campo dopo la riconquista del pallone, i tagli esterno-interno dei esterni offensivi alle spalle della prima punta per aumentare le soluzioni in rifinitura di Højbjerg e Harit, la ricerca della densità in zona palla prima di ribaltare il lato e permettere a Greenwood e al brasiliano Luis Henrique – la vera rivelazione di questa prima parte di stagione: tre gol e tre assist in sei partite, tutte giocate da titolare – di giocarsi l’uno contro uno e tagliare palla al piede verso l’interno del campo per creare superiorità numerica e posizionale negli ultimi venti metri.

La grande novità, però, è costituita dalla fase di non possesso. De Zerbi sta lavorando tanto negli ultimi mesi per evitare il ripetersi di quelle situazioni che portavano il Brighton a lasciare delle vere e proprie praterie ogni volta che le linee di pressione venivano tagliate in due dal passaggio in verticale che trovava l’uomo libero all’altezza del cerchio di centrocampo. Proprio il sistema di pressing, quindi, è stato reso meno feroce e più selettivo: l’obiettivo è gestire meglio le energie nell’arco dei 90 minuti e favorire l’organizzazione di un blocco basso a ridosso della propria area di rigore in situazioni d’emergenza, esattamente come accaduto negli 85′ minuti disputati a Lione in inferiorità numerica. Certo non sono mancati i momenti di blackout come i due gol in quattro minuti realizzati dallo Stade Reims nel 2-2 del 25 agosto, l’ininfluente rete realizzata da Babicka nel 3-1 di Tolosa o il gol di Diego Moreira dello Strasburgo, subito in situazione di superiorità numerica (5-4) dopo che la mediana formata da Højbjerg e Koné viene tagliata fuori da un semplice tocco in diagonale verso l’esterno che taglia senza palla. Queste sono tre polaroid di quella che è una sorta di disabitudine a difendere in un certo modo e che, al momento, costituisce il vero punto debole di una squadra forte, organizzata, identitaria, ma non ancora pronta per pensare di poter reggere un testa a testa contro un avversario che sulla lunga distanza è quasi imbattibile. E, verrebbe da dire, sarebbe strano se lo fosse già dopo appena sei partite e tre mesi di lavoro con un allenatore così diverso rispetto a quelli che sono passati da Marsiglia nel recente passato.

Quella a Marsiglia, per De Zerbi, è l’ottava esperienza come allenatore. Ha guidato Darfo Boario, Foggia, Palermo, Benevento. Sassuolo, Shakhtar e Brigthon, e ha vinto una Coppa Italia di Serie C e una Supercoppa ucraina (Fred Tanneau/AFP via Getty Images)

Quando si parla di Ligue 1, come succede sempre, si torna inevitabilmente a parlare del PSG: se l’imbattibilità (sulla carta) dei parigini può consentire a De Zerbi di sviluppare con relativa tranquillità la sua idea di calcio senza la pressione di dover vincere, dall’altro l’essere stato catapultato in un ambiente che è comunque abituato a pensare in grande (gli) impone una serie di riflessioni sulle sue ambizioni e sulla necessità di velocizzare le tappe di un processo di crescita che non riguarda solo la squadra e i giocatori, ma lui stesso. Per avere, infatti, De Zerbi il presidente Pablo Longoria gli ha accordato un contratto triennale da 18 milioni complessivi e lo ha messo a capo di un progetto per cui l’OM dovrà essere in grado di competere in tempi relativamente brevi, attestandosi come prima e stabile contender del Psg in un campionato che ha visto alternarsi Montpellier, Monaco e Lille nel ruolo di one season wonder le poche volte (tre nelle ultime 13 stagioni) in cui i parigini hanno fallito quello che per loro è l’obiettivo minimo.

Per la prima volta, quindi, De Zerbi non potrà essere solo un raffinato costruttore di squadre giovani e talentuose ma dovrà andare oltre sé stesso e scoprirsi anche come allenatore che ha una missione da portare a termine, magari scendendo a quei compromessi che fino ad oggi ha sempre rifiutato, rifugiandosi nella non negoziabilità delle ideologie che lo hanno portato fin qui. Il Marsiglia è già il suo Marsiglia, esteticamente appagante come solo una squadra di De Zerbi sa e può essere; quanto e se saprà essere qualcosa d’altro e qualcosa di diverso dipende da quanto De Zerbi saprà essere, lui per primo, un allenatore che non abbiamo ancora visto, E che forse sarebbe arrivata l’ora di vedere.