Adrian Mutu ha un conto in sospeso con l’Inghilterra. Nonostante si sia costruito una carriera super in Italia tra Inter, Verona, Parma, Juventus, Fiorentina e Cesena, da 302 presenze e 129 gol, Oltremanica viene ricordato quasi solo per la squalifica per cocaina ai tempi del Chelsea. Una storia che il rumeno, intervistato dal The Telegraph, considera un errore, certamente, ma soprattutto come un’occasione buttata. «Avrei avuto il potenziale per vincere il Pallone d’Oro se le cose fossero andate diversamente», ha confessato l’ex attaccante della Fiorentina. «Ci ho riflettuto molte volte, credo che per più di una stagione fossi tra i migliori giocatori al mondo e quindi avrei potuto vincerlo facilmente. Ma le cattive decisioni mi hanno impedito di riuscirci. Tuttavia cerco di non rimproverarmi troppo per questo».
Eppure l’avventura di Mutu al Chelsea era partita alla grande. Acquistato nell’estate del 2003 dal nuovo proprietario, ovviamente stiamo parlando di Roman Abramovich. ha segnato quattro gol nelle prime tre di Premier, inclusa una doppietta nel 4-2 contro il Tottenham a Stamford Bridge. Con Ranieri in panchina Mutu ha messo insieme 36 presenze in campionato, in una stagione conclusa al secondo posto dietro l’Arsenal degli Invincibili e col raggiungimento della semifinale di Champions. Nei mesi successivi, però, è arrivato Mourinho ed è cambiato tutto. Mutu ha perso il posto da titolare, complice una lite con l’allenatore. Il portoghese sosteneva che avesse un problema fisico e non voleva che rispondesse a una convocazione della Nazionale, Mutu ci è andato lo stesso e i due si sono scontrati. Qualche settimana dopo, ad ottobre del 2004, è emersa la notizia che l’attaccante non ha passato un testo antidoping per uso di cocaina. Di conseguenza, la FA lo ha squalificato per sette mesi.
«Assumere cocaina durante il mio periodo al Chelsea è stata la peggiore decisione che potessi prendere nella mia carriera», ha ammesso Mutu «Ero solo e triste, ma né la depressione né altro giustificano le mie azioni. Avrei dovuto chiedere aiuto e non l’ho fatto. Tuttavia, si impara da tutto nella vita e quella lezione mi ha reso una persona migliore, molto più matura e consapevole». La politica del club non prevedeva nessuna tolleranza, tanto che il rumeno e il Chelsea hanno ingaggiato una lunga battaglia legale per la violazione del contratto di lavoro. E alla fine i Blues ne sono usciti vincitori.
Poi la Juventus. In cui non ha giocato da titolare fisso, ma ha vinto comunque due scudetti sul campo, poi revocati dopo la sentenza sul caso Calciopoli. Con i bianconeri retrocessi in Serie B, ha trovato una nuova casa – la sua vera casa – a Firenze, dove per anni è stato il giocatore più amato, riportando i viola in Champions League. Neanche la squalifica per un caso di positività alla sibutramina, presente in un farmaco lassativo, ne ha macchiato la memoria in riva all’Arno. Con il Chelsea, però, la sua legacy è diversa: «Da allora ho ricevuto molti premi e ricostruito completamente la mia vita. Ho scritto un libro e sto attualmente girando un documentario sulla mia vita, sono un uomo adulto con una bella famiglia e una carriera da allenatore promettente, nessuno ne ha parlato nel vostro Paese!» ha ribadito Mutu al Telepgraph.
Un mestiere, quello dell’allenatore, cominciato quasi per caso. «Ho iniziato in Romania, alla fine della mia carriera da calciatore, nel 2016. Mancava un mese alla fine della stagione e l’ASA Targu Mures, aveva esonerato il tecnico. Dato che era difficile trovare un sostituto, la dirigenza ha chiesto ai più esperti di scegliere cosa fare. C’è stata una votazione e hanno deciso che avrei dovuto prendere in mano la squadra. Quella è stata la mia prima esperienza in panchina e mi è piaciuta». L’ultima esperienza, invece, non è andata benissimo: quattro mesi al Petrolul Ploiești nella scorsa annata. Mutu da tempo gestisce un’accademia in cui forma giovani calciatori. «Sviluppare l’aspetto calcistico senza quello umano non ha senso – ha spiegato – da giocatore sono stato giudicato molte volte senza essere capito e ho imparato che non voglio che gli altri soffrano come ho fatto io». Per quanto sia sereno in questo momento della sua vita, non esclude di chiudere quel famoso conto con la Premier League. «Allenare in Inghilterra? Non è qualcosa che mi toglie il sonno, ma senza dubbio sarebbe un passo enorme nella mia carriera». Anche solo per per cancellare quel brutto ricordo di vent’anni fa.
Leggi anche
- Quella del Parma è una favola freak
- La storia d’amore tra Prandelli e la Fiorentina, bellissima e incompiuta