La Serie C è diventata la rappresentazione della precarietà applicata al calcio, una lega in cui le squadre hanno diritto a giocare solo fino alla prossima sentenza, che non è mai troppo distante. Il campo non conta più, o conta fino a un certo punto. Le posizioni di classifica sono tutte aleatorie, i punti possono aumentare ma anche diminuire, quello che accade in partita vale solo se qualcuno ci rimette un legamento o un muscolo – in attesa di capire se un Tribunale speciale potrà intervenire anche sugli infortuni. Dieci giorni fa è toccato al Taranto, la settimana scorsa alla Turris: entrambe escluse dal campionato. «Il Tribunale Federale Nazionale ha sanzionato la Turris Calcio (Girone C di Serie C) con l’esclusione dall’attuale campionato di competenza nonché con tre punti di penalizzazione in classifica da scontare nella prima stagione sportiva utile. La società era stata deferita lo scorso 5 marzo a seguito di segnalazioni della Co.Vi.So.C. per una serie di violazioni di natura amministrativa», ha scritto la FIGC nella sua nota.
Le classifiche di Serie C sono piene di asterischi
Un campionato in cui si riscrive anche il passato, come in un film di Cristopher Nolan. In due settimane, la classifica del Girone C è cambiata due volte; è cambiato anche il sistema di retrocessioni: ce ne sarà sola sul campo, attraverso i play out, fra ultima e penultima, a meno che il distacco fra le due squadre non sia superiore a otto punti. Il Tribunale Federale Nazionale ha anche tolto sei punti alla Lucchese (Girone B, quello di Milan Futuro), e altri quattro al Messina (Girone C) e alla Triestina (Girone A, quello dell’Atalanta Under 23). Le tre classifiche di Serie C sono piene di asterischi.
La conseguenza è un torneo che perde di credibilità, ma non da oggi: ogni anno assomiglia a quello precedente. La maggior parte delle penalizzazioni sono causate da violazioni di natura amministrativa. È evidente che la situazione non sia più sostenibile, come ha notato lo stesso presidente federale Gabriele Gravina la settimana scorsa: «La situazione è diventata insostenibile. Le criticità economico-finanziarie che riguardano tutto il calcio si acuiscono in modo particolare in Lega Pro, imponendo una riflessione seria». È lo stesso Gravina che in estate esultava per aver «messo in sicurezza il sistema: è la prima estate senza ricorsi sulle iscrizioni, non era mai avvenuto». Era stato bocciato solo l’Ancona, permettendo l’iscrizione alla Serie C del Milan Futuro. Un’estate anomala, senza sintomi, ma con una patologia ancora presente.
D’altronde sempre nell’estate 2024, nella sua legge Finanziaria la Regione Sicilia aveva allungato un maxi contributo da 300mila euro per aiutare il Trapani, società di cui è avvocato e dirigente Roberto Schifani, figlio di Renato, presidente della Regione. Ma ovviamente oggi c’è un esposto alla Corte dei Conti per questo aiuto. È quel genere di cose che non aiuta a definire la Lega Pro un torneo in salute.
In Serie C ci sono troppe squadre?
Le discussioni sull’insostenibilità e l’impossibilità di trovare una riforma funzionante per la Serie C vanno avanti da anni. Si parla di un campionato troppo numeroso (60 squadre partecipanti, il più grande d’Europa), dispersione di risorse già molto scarse, parametri troppo laschi per le iscrizioni e così via. Il calcio italiano fatica a essere un business sostenibile, ma ai livelli più bassi del professionismo la sostenibilità ha la consistenza dei miraggi e delle illusioni.
Il sistema non produce ricchezza ma indebitamento, scriveva Il Bollettino un anno fa. Il fallimento delle società è nelle cronache di ogni stagione, l’elenco dei club che non riesce a tenere i bilanci a posto è un bollettino di guerra. Dal 2000 a oggi sono quasi 200 le squadre professionistiche fallite a tutti i livelli del calcio italiano. La maggior parte in Serie C, dove dal 2011 a oggi ci sono stati quasi 100 fallimenti, rinunce preventive comprese; i punti di penalizzazione si contano nell’ordine delle centinaia. Quando non avvengono i fallimenti, ci sono salvataggi in extremis che il più delle volte si rivelano inutili o forzati o vengono vanificati dopo un anno o due.
Detto del Milan Futuro, ammesso al campionato per esclusione dell’Ancona, ogni anno ci sono ripescaggi e riammissioni. L’anno scorso, fra le 60 aventi diritto si sono registrate l’esclusione del Siena e la rinuncia del Pordenone, così è stato riammesso il Mantova ed è stata iscritta l’Atalanta U23; nel 2021/22 le escluse erano Carpi, Casertana, Novara e Sambenedettese, e il Gozzano che ha rinunciato, mentre il Cosenza, retrocesso dalla Serie B, era stato riammesso in B per l’esclusione del Chievo. Ed è così ogni anno, andando a ritroso, fino alla cifra record di 11 tra ripescaggi e riammissioni nell’annata 2016-2017.
Tutte le squadre di Serie C sono in perdita
«In Serie C le squadre sono praticamente tutte in perdita, non ce n’è praticamente nessuna che raggiunge il break even point», dice a Undici Federico Mussi, coordinatore del progetto “Report Calcio” per PwC. Nel documento realizzato con il centro studi della FIGC e con Arel (Agenzia di Ricerche e Legislazione) si parla delle difficoltà del calcio italiano e dei numeri impossibili della Serie C. Le difficoltà di fare business per certi club si possono spiegare – almeno per semplificazione – con l’algebra, perché le entrate non compensano mai le uscite, i ricavi da sponsorizzazioni e da ticketing sono minimi, i costi di gestioni troppo alti. In molti casi parliamo di squadre che hanno difficoltà perfino a organizzare le trasferte più lunghe – cosa che complica enormemente l’ipotesi di una Serie C a girone unico nazionale. «E quindi diventa una Lega in cui devi starci il meno possibile, perché non hai la possibilità di fare profitti», aggiunge Mussi.
Anche per chi vuole investire diventa difficile, perché poi bisogna passare dal campo. Con 60 squadre e solo quattro promozioni, l’imbuto per la Serie B – dove l’economia del gioco fa un salto di scala – è strettissimo. Negli ultimi anni, club importanti come Padova, Vicenza, Triestina (e non solo) hanno provato a moltiplicare gli investimenti per uscire dalle secche della Lega Pro, ma basta un passo falso ai play off o un mese in cui gira tutto male durante il campionato per restare giù. E dopo un po’ la voglia per provarci si esaurisce. Insieme alle risorse.
Idea salary cap
Negli anni questi problemi sono stati affrontati con riforme che però non hanno mai cambiato la sostanza. Sono nati limiti per i prestiti dai club di categorie superiori, obblighi per giocatori under e altre regole. Il presidente di Lega Pro, Matteo Marani, ha proposto anche il salary cap per il 2025/26, per provare a contenere le spese. Ma sembrano sempre contromisure parziali per problemi più grandi, strutturali. «La Lega Pro è consapevole delle criticità economico-finanziarie che riguardano il calcio italiano», ha detto Marani. «Il tema è di vecchia data, almeno ventennale. Come Lega Pro abbiamo dato la nostra disponibilità al presidente federale, anche nel corso di queste settimane, a rendere ancora più severi e stringenti i criteri di iscrizione al campionato, nei tempi e nei modi migliori. Altra esigenza, anche con l’aiuto del Governo, è quella di creare un sistema di selezione sulle nuove proprietà, garantendo una sostenibilità e una trasparenza maggiore al sistema».
In passato era il calciomercato a reggere il gioco, almeno sul fronte economico. La Serie C era la palestra per i giovani e una vetrina per le gemme nascoste del calcio italiano. Adesso le reti di osservazione dei grandi club si sono ampliate, sono arrivate in ogni angolo del territorio nazionale, sottraendo alle società più piccole una parte di quella funzione di presidio locale. In quest’epoca di player empowerment, i migliori giovani possono anche scegliere di svincolarsi al termine di un contratto e trovare la squadra che preferiscono. Così anche trovare una giovane promessa di 16 o 17 anni non garantisce una cessione remunerativa quando avrà vent’anni.
Senza mercato non può esserci sostenibilità
I club più piccoli hanno sistematicamente meno entrate dal mercato, alimentando un circolo vizioso che gli impedisce di puntare sui settori giovanili. A chi non ha risorse esterne da mettere sul tavolo non resta che sopravvivere tra prestiti e soluzioni di mercato a parametro zero e a breve termine. «Se non hanno più un vantaggio nel pescare i migliori giovani nella loro area, farli cresce e valorizzarli sul mercato con cessioni importanti, i club di Serie C non possono trovare una sostenibilità reale e strutturale sul piano economico», commenta ancora Mussi.
Soluzioni ottimali non se ne vedono. Anche una trasformazione radicale come il passaggio al dilettantismo, principalmente per ridurre i costi, avrebbe una quantità di conseguenze negative sull’intero comparto lavorativo. Al punto da renderlo impraticabile, di fatto. Ma nessuno sembra avere la bacchetta magica per risolvere l’impasse. Il problema è che in questo modo la Serie C non serve a nessuno, se non forse a quei pochi club che possono sistemare lì le loro seconde squadre. Resta in piedi solo quell’idea di rappresentanza dei territori, perché con così tanti club e così tante partite la Serie C arriva davvero in tutta Italia. Ammesso che questo calcio fatto di precarietà e fallimenti sia quello che si vuole portare in giro per il Paese.